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Devo essere stato buono perché Santa Lucia, il 13 dicembre, mi ha portato un kindle e ora sono un geek estremamente contento. Dopo una settimana che ci gioco, che leggo, sperimento e m’informo, sono giunto ad alcune conclusioni, non tanto sul ebook reader (per il quale farò un post a parte), ma sui cambiamenti che avverranno.

La sfida maggiore riguarderà le case editrici e la loro evoluzione: penso che stiano infatti per affrontare un terremoto simile a quello che ha scosso il mondo della discografia alcuni anni fa: il problema del p2p e dei libri pirati.

Il kindle legge i pdf e, su emule, si possono trovare tantissimi libri in questi formato: come risolvere il problema? Come fermare il file sharing? Accettando che non è possibile impedire questo fenomeno.

Gli utenti sono molto più intelligenti di quanti si creda e sono in grado di aggirare qualunque sistema di protezione e di filtraggio, è solo una questione di tempo: invece che sprecare risorse combattendo una guerra persa in partenza, forse è il caso di affrontare il problema da un’altro punto di vista.

Perché gli utenti scaricano e non comprano? “Perché sono dei ladri e non vogliono pagare”. Errore.

Gli utenti scaricano per un motivo fondamentale: c’è una forte discrepanza tra il valore reale dell’oggetto e il valore percepito dall’utente e non viene fornita nessuna motivazione per questa disparità.


Sembra banale, ma questa frase porta con sé una serie di altre considerazioni legate a usabilità, prezzo, percezione, libertà. Vediamoli uno alla volta cercando di dare anche una soluzione.

  • Usabilità: la maggior parte degli utenti ha problemi ad acquistare on-line perché i siti di e-commerce sono costruiti male. Ogni giorno su Friendfeed si possono leggere di persone che si lamentano perché non riescono a portare a termine l’acquisto: è statisticamente provato che, dopo 40 secondi, se un utente non riesce a completare il compito prefissato, abbandona la pagina. In questo modo avete perso un cliente e tutti i suoi contatti: le persone adorano raccontare le proprie vicissitudini sui social network. Soluzione: costruite un sito usabile: non vengo sul vostro sito a fare “un esperienza estetica”, sono qui per comprare e voglio tutte le informazioni utili, che siano presenti in tutte le pagine, voglio che  i link, il tasto home siano dove devono essere, non disposti secondo un ordine irrazionale.
  • Libertà: le case discografiche hanno cercato di limitare in ogni modo il file sharing, perdendo, dato che le persone continuano a scaricare musica e non acquistano i CD (sto generalizzando). DRM e imposizione delle scelte sono due elementi che irritano fortemente i potenziali acquirenti: quando acquisto l’ultimo libro di “Autore Famoso” non lo pago 24€  per poterlo leggere solo a casa mia, negli orari decisi dal venditore. Soluzione: la rete è come il mondo: se compro un libro elettronico allora ne divento il proprietario e voglio poterci fare quello che voglio, leggerlo sul device che preferisco nei modi a me più consoni e, se per caso lo desidero, voglio poterlo prestare a un’amico. Mi piacerebbe parlare delle possibili soluzioni di questo aspetto nei commenti.
  • Valori: secondo me il mio libro costa x, secondo l’utente y. Come arrivare ad un compromesso? Soluzione: la casa editrice deve fare in modo che il valore percepito dall’utente sia maggiore al costo e per fare questo ci sono diversi modi. Ad esempio fare leva sui valori etici (acquistando il libro in formato elettronico salvi il verde e rispetti il pianeta, ad esempio), rendere visibili i benefici non manifesti (se lo perdi puoi recuperarlo, le pagine no si staccano, è sempre integro)
  • Prezzo: il libro è mio e lo gestisco io. Giustissimo, avete il diritto di farlo, siete i titolari dei diritti. Se non vendete il libro e gli utenti lo scaricano c’è un problema però: forse il prezzo non corrisponde a quanto gli utenti sono disposti a sborsare. Soluzione: adottate una logica diversa. Pensate al modello della apple con lo store: i prezzi relativamente bassi e se ne vendono milioni. Se producete ebook non siete più geograficamente limitati: utenti di tutto il mondo possono acquistare il mio libro (se è interessante).

Se il sito non è usabile, se non posso fare quello che voglio con il bene che voglio comprare, se non capisco i valori dietro l’acquisto, difficilmente acquisterò un ebook che costa il 20% in meno della sua versione cartacea: o abbassi i prezzi o migliori gli altri aspetti. Se scegli la seconda strada potrai contare su un numero sempre maggiore di utenti che parlano bene di te: il passaparola è più vivo che mai.

Ricapitolando: come faccio a sopravvivere?

  • Migliora la pagina dedicata agli acquisti rendendola semplice ed usabile
  • Pensa al libro elettronico come ad un libro vero e lascia all’utente decidere la sua sorte
  • Fai in modo che l’utente capisca che stia investendo i suoi soldi in qualcosa di utile e valido
  • Decidi il prezzo in maniera ragionevole basandoti sui punti precedenti.

Per quale ragione dovrei scegliere il tuo prodotto tra questi?

L’altro giorno ho parlato dell’importanza dei contenuti, ma questo non vale solo per la rete e vorrei analizzare nello specifico il caso dell’industria del cinema e della musica.

Spesso la crisi del cinema e del mondo dei CD è imputato al p2p, al fatto che gli utenti scarichino film e musica dalla rete, ma personalmente credo che questo rappresenti solo un aspetto di un fenomeno più ampio.

Quello che è cambiato è la possibilità di scegliere.

Fino ad ora le persone non avevano questa possibilità: o vieni al cinema o non vedi il film; o compri il cd o non ascolti la musica. In una parola del marketing: retention, schiavitù, il consumatore usa il prodotto perché non ha scelta.

La domande vere del consumatore diventano

perché dovrei venire al cinema o comprare un CD invece che scaricarli?

oppure

perché dovrei acquistare i tuoi prodotti, usare il tuo forum, partecipare alla tua community o usufruire dei tuoi servizi?

Per quanto riguarda cinema e musica la risposta è stato questo video che conosciamo tutti: la pirateria è reato

In questo filmato viene detto perché non scaricare, ma non vengono fornite motivazioni per acquistare un CD o vedere un film. Se dovessi basarmi solo su questo potrei benissimo decidere di aspettare che il film passi in televisione o la canzone in radio; oppure posso decidere di fare qualcosa di più divertente, come uscire per un drink con gli amici, invece di sorbirmi minuti infiniti di pubblicità (inguardabili) sul grande schermo prima della proiezione.

Invece di mostrare gli aspetti negativi della pirateria penso sia più importante illustrare gli aspetti positivi. Ad esempio per quanto riguarda il cinema parlerei della bellezza di una visione con gli amici, della qualità video ed audio, dell’esperienza onirica del cinema; per quanto riguarda la musica invece porrei l’accento sul fatto di possedere un oggetto, dei contenuti aggiuntivi (come il libretto) e, anche in questo caso, della qualità del prodotto.

La semplice presenza, l’esistenza di un servizio, non sono condizioni sufficienti: bisogna fornire una motivazione reale e tangibile per incoraggiare gli utenti a fruire ed acquistare un prodotto.

Se lo trasferiamo in azienda penso ad un servizio reale di Customer Care, a un Customer Relationship Manager serio, ad un dialogo costante: l’amore per la marca e la fedeltà al prodotto si sviluppano solo in questo modo.

Ho appena finito di leggere “Internet PR” di Marco Massarotto: il vantaggio di essere pendolari è che hai un sacco di tempo per leggere (quando non hai deadline imminenti).

Se devo decidere una cosa che mi è rimasta del libro sono gli aspetti tecnici: il libro mi ha dato una struttura di base sulla quale appoggiare le mie riflessioni (che viaggiavano in ordine sparso) e indirizzato verso alcuni strumenti. Per quanto invece riguarda la parte più generale, essendo una persona che vive di comunicazione, web, barcamp, ascolto, ho ritrovato molte delle riflessioni che avevo già fatto: se invece non avete mai pensato all’importanza del dialogo con i clienti è il caso che leggiate il libro.  Di corsa.

Mentre leggevo mi convincevo sempre di più di una cosa (che a mio avviso è mancata nel libro a livello esplicito): la comunicazione è una parte importante del lavoro, ma si appoggia sulla qualità del prodotto/servizio. Voler fare conversazione avendo alle spalle un prodotto scarso significa avere due diverse strategie in mente:

1) volersi mettere in discussione e ri-costruire la propria immagine e i propri prodotti con il contributo degli utenti (estremamente positivo);

2)  voler dialogare senza voler modificare i prodotti o i servizi (estremamente negativo);

Questa seconda scelta equivale a correre in salita  flagellandosi con un gatto a nove code nella migliore tradizione di tafazziana memoria.

Pensavo agli ultimi capitoli del libro, al virale, e a come ci sia questa mania del “viralizziamo tutto”, una simpatica moda che di solito sfocia in “ho fatto un video virale lo diffondi?”. Se devi chiedere di diffondere il video, significa che non è virale, o che il concetto non ti è chiaro: virale è un prodotto pensato, studiato, qualitativamente elevato.

Se vuoi che le persone parlino bene di te è necessario che qualità e dialogo vadano di pari passo: Reeves dice “a parità di comunicazione, alla lunga il prodotto migliore vince”. Questo valeva negli anni 60, a Madison Ave: oggi, la velocità della comunicazione è tale che i tempi per decretare la morte/sopravvivenza/successo del prodotto si sono notevolmente ridotti.

Se hai un servizio pessimo e cerchi il dialogo… l’immagine più calzante è quella di Willy il coyote, legato ad un razzo, che cerca di acchiappare Beep Beep: sapete tutti coma va a finire.

PS. Marco è il mio capo, ma questo non influenza il mio giudizio: sempre meglio essere chiari e sinceri.

http://www.flickr.com/photos/26594052@N07/

 

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Il web è pieno di guide tecniche sull’utilizzo dei vari social media, sulla netiquette, ma forse manca qualcosa per godere appieno di questi spazi: manca una rappresentazione, un’immagine che ci aiuti a comprendere meglio il loro funzionamento. Io penso che, per capire, l’immagine del branco sia perfettamente calzante.

 

Branco perché siamo animali: nessuna accezione negativa, ma un semplice dato di fatto. Siamo dei predatori sociali (dal punto di vista evolutivo) e tendiamo a formare gruppi più o meno chiusi. Ogni tanto c’illudiamo di aver superato la barriera che separa natura e cultura, ma dobbiamo accettare il fatto che questa dicotomia non esiste, o se esiste è estremamente sottile.

Per comprendere appieno questa metafora è interessante definire il nostro comportamento, la nostra etologia, andando a fare quattro parallelismi: spazi, formazione del branco, gerarchie interno, l’alpha.

1) Non tutti i branchi sono uguali: il luogo in cui si formano e le risorse disponibili rappresentano un vincolo forte per la creazione di un gruppo.

    A seconda degli ambienti e delle attività possiamo vedere come si sviluppino dinamiche diverse: FB è uno spazio ampissimo, dove si formano grandi gruppi con legami deboli, FF è uno spazio più ristretto con legami più forti tra i membri che lo compongono.

    2) Il branco non è chiuso, ma è impermeabile: soggetti esterni possono entrare a farne parte ed elementi del branco possono lasciare questa “famiglia”. Ma cosa succede quando un elemento estraneo cerca di entrare? Abbiamo due possibilità

      a- Il soggetto entra in maniera  forzata: il gruppo si chiude ed espelle ciò che viene percepito come estraneo;

      b- Il soggetto comprende il gruppo e le sue gerarchie e s’inserisce in maniera armonica al suo interno.

       

      Nei social network vediamo questo avvenire quotidianamente: un’amicizia rifiutata su FB perché non vi sono legami (o presentazioni), soggetti quasi ostracizzati da FF perché si sono inseriti improvvisamente in maniera forte senza conoscere i membri e le loro conversazioni. Espulsione nei social network, dal mio punto di vista, non è rappresentato dal blocco, ma dall’assenza di partecipazione alle proprie discussione: essere ignorati corrisponde all’ostracizzazione. Allo stesso modo possiamo vedere soggetti relativamente anonimi entrare e partecipare con successo alla vita di questi gruppi.

      3) Un branco si forma per uno scopo ed è governato da delle gerarchie interne: ogni gruppo è unico, non ne esistono due uguali, né come membri né come gerarchie. Queste non sano date e non sono immutabili: possono essere riscritte continuamente.

      Ogni spazio sociale si dota di regole proprie e le sue gerarchie interne non sono cristallizzate, ma sono fluide: possiamo inserirci in un gruppo ed in questo modo riscriverne la struttura interna. Ogni social network scrive le proprie regole e le proprie dinamiche fluide.

      4) Più o meno sappiamo tutti che nei gruppi esiste un leader, un alpha, il quale ha il compito di guidare gli altri membri del branco. Questo status è riconosciuto dagli altri membri, non è autoassegnato: l’alpha ha esperienza ed è fisicamente superiore.

      Nei social media esistono gli alpha, solo che invece di ottenere il proprio status grazie alla propria forza fisica, lo guadagnano per la qualità degli elementi che creano. L’esperienza è un fattore chiave che invece rimane invariato: qualità per lungo tempo porta automaticamente al riconoscimento degli altri membri: non seguiamo i feed di soggetti ignoti che pubblicano post banali, ma ci concentriamo intorno a degli influencer.

      Cosa fare quindi per godere appieno dei social media?

      1. Ascoltare, accettare il fatto che ogni social network possiede delle regole proprie, ogni gruppo sceglie le proprie dinamiche in base a risorse e numero di membri;
      2. Prendersi del tempo, per capire le relazioni che muovono questi spazi in modo da poter essere accettati come membri attivi;
      3. Essere umili, ogni spazio è a sé: il fatto che utilizziamo correttamente un SN non significa che siamo in grado di utilizzarli tutti: anche in questo caso tempo ed osservazione sono gli elementi chiave.
      4. Qualità e continuità: per diventare membri attivi e influencer, qualora questo sia il nostro obiettivo abbiamo, solo una strada da percorrere.

      Leggendo  ”I miti di Madison Ave” ho trovato due frasi di Alfred Politz (p. 85-86 )che mi hanno fatto riflettere sui Social Network e sul cambiamento della comunicazione in atto:

      1- La comunicazione stimola le vendite di un prodotto buono mentre accelera la scomparsa dei prodotti di qualità scarsa. Affermare il beneficio che il prodotto non possiede non che aumentare la frequenza con cui il consumatore rileva l’inganno;

      2- Una campagna che mette in evidenza un vantaggio inconsistente, che il consumatore non può riscontrare, in pratica non fa che accelerare la scomparsa del prodotto dal mercato. Una campagna cos’, ancora una volta, non fa che aumentare la possibilità che il consumatore ha di scoprire l’inganno del prodotto

      Cosa fanno i SN? Aumentano la conversazione e la diffusione dei contenuti. Una mancata promessa, un vantaggio inconsistente non si limita al singolo utente, ma ricade immediatamente anche su tutti i suoi contatti (su Facebook ci sono al momento più di 12 milioni di italiani: in media ogni utente ha circa 124 “amici”).

      I SN hanno quindi la capacità di accelerare il successo o la scomparsa di un prodotto. A questo aggiungiamo una gestione in alcuni casi naif della comunicazione aziendale sui SN, senza pensare che questa è uno strumento complesso da valutare attentamente  (come ben espresso dai 10 punti sul blog di Giovanna “10 cose che i SN non possono fare“)

       

      Siete d’accordo?

      Sperando che ci sia spazio, domani, al VeneziaCamp, faccio un intervento su “Cultura e Identità: come la rete influenza la percezione dell’individuo e dell’azienda”.

      Lo spunto è nato da alcune discussioni su FriendFeed sul concetto d’identità, su come e quanto le persone in rete fossero diverse dalle persone in carne ed ossa, su quanto fosse giusto o utile usare le informazioni per selezionare dei candidati per un determinato posto di lavoro. Dato che il tema del veneziacamp è “Cultura” ne approfitto per riflettere con voi su due argomenti introduttivi

      • Che cos’è la cultura? quali forme assume? Cosa s’intende per cultura?
      • In che modo il web 2.0 modifica la forma della cultura?

      Partendo da queste due domande mi focalizzerò sul concetto d’identità:

      • Che cos’è l’identità? Che forma ha?
      • Internet e personalità? Schizofrenia o illusione?
      • L’identità nel 2.0
      • SN, persone e aziende

      Se domani volete passare, mi fa molto piacere, così poi parliamo insieme. Per chi invece non riesce a veniremetterò la presentazione su slideshare in modo da sviluppare ulteriori discussioni.

      Mi piace questo manifesto, molto . Il primo punto mi ricorda la semiotica, la mia materia preferita: ogni narrazione prevede tre fasi: virtuale (decido di fare qualcosa), attuale (acquisisco le competenze per farla) reale (faccio ciò che devo).

      Ovviamente non sono dei dogmi da prendere alla lettera, ma consigli da interpretare in base alla situazione in cui ci troviamo (me lo ha insegnato il kung fu: a seconda della situazione la stessa tecnica può essere una difesa, un attacco, una proiezione, uno spostamento)

      Il concetto che ho assorbito da questi 13 punti è l’incentivo a creare, mettersi in gioco. A parlare siamo bravi tutti, a criticare ancora di più: se critichi devi produrre anche un suggerimento: costruisci! Il bello di un’idea è realizzarla, non il semplice fatto di pensarla.

      Ogni tanto ho la tendenza a rimandare le cose da fare, per questo ho appeso il manifesto in camera, davanti alla scrivania. Per ricordarmi che adoro fare.

      Qui una mia traduzione. Ho preferito cambiare a seconda dell’occorrenza il “Done”, altrimenti si perdevano delle sfumature; dove possibile ho tenuto il termine “realizzare”

      1. Ci sono tre stati dell’esistenza:  non sapere, agire, realizzare.
      2. Accettare che tutto sia una bozza aiuta a concludere il lavoro.
      3. Non c’è nessuna “fase due”.
      4. Far finta di sapere che cosa stai facendo è la stessa cosa di saperlo fare davvero,quindi accetta quello che stai facendo, anche se non è vero, e realizzalo.
      5. Bandisci la procrastinazione. Se aspetti più di una settimana per realizzare un idea, abbandonala.
      6. Lo scopo del realizzare non è concludere, ma nel poter fare altre cose.
      7. Una volta concluso, lo puoi gettare via.
      8. Deridi la perfezione. E’ noiosa e t’impedisce di arrivare alla realizzazione.
      9. Le persona che non hanno le mani sporche sbagliano. Se realizzi qualcosa hai ragione .
      10. Fallire conta come realizzare. Quindi commetti errori.
      11. La distruzione è una variante della realizzazione.

      Community First è un manifesto sulla comunicazione sui social media che io trovo perfetto. Illustra chiaramente quali sono i fattori fondamentali per vivere nel mondo dei SN in 10 frasi chiave.

      Ecco i punti del manifesto seguiti da una mia breve riflessione.

      1) Ricevete i visitatori dei vostri spazi digitali come ospiti importanti.

      Penso che le relazioni e l’affetto dei clienti si sviluppino solo dedicandogli attenzione. Attenzione significa anche un sito navigabile, fornire le informazioni necessarie in modo comprensibile non solo sul sito stesso, ma anche attraverso le mail e gli altri servizi di assistenza

      2) Servite la comunità. Solo dopo chiedete che la comunità vi aiuti.

      Potete verificarlo in ogni social network: se non partecipate le persone non vi seguono, i lurker sono al bando. Non lamentatevi se nessuno vi segue, vi fareste solo odiare, producete contenuti interessanti e non spingete ogni 30 secondi sulle vendite

      3) Ascoltate a lungo. E parlate con lo stesso linguaggio dei vostri interlocutori.

      Quando penso a una campagna pubblicitaria devo sempre inquadrare il target nella maniera più specifica: in questo caso accade la stessa cosa; parlare su FriendFeed come se fosse una televendita porta all’oblio

      4) Coinvolgete gli altri ogni volta che potete: spesso conoscono i vostri prodotti o servizi meglio di voi.

      Le persone aiutano e criticano volentieri. Se un utente parla male del mio prodotto devo capire il perché di queste critiche: il che non vuol dire andare ad elencare e contraddire punto per punto il post del blog, ma chiedere perché secondo lui il prodotto non funziona: magari si scopre che ha ragione

      5) Condividete i vostri contenuti migliori. E rendeteli condivisibili. E’ il modo migliore di far parlare di voi.

      Se ti seguo è perché hai cose interessanti per me: se sono validi farò in modo che anche tutti i miei contatti lo vedano (ps su FB un singolo utente ha in media 130 contatti)

      6) Accettate gli imprevisti. Le cose non andranno mai come vi aspettate, per fortuna.

      Parliamo di relazioni e persone, non di numeri di vendita, prevedere esattamente che piega prenderà la comunicazione è molto difficile. Inoltre devo pensare a ritorni su tempi lunghi: non posso pensare di portare i miei fan su FB a 5000 in un mese. Inoltre penso che ad amori veloci seguano abbandoni veloci.

      7) Costruite: identità, spazi, relazioni. Internet è una grande piattaforma progettuale.

      Diffondetevi: la reputazione che avete su una piattaforma non è esportabile, siate su FB, FF, youtube e partecipate. Se sono interessante le persone vorranno contribuire alla mia crescita e per questo dovrò ringraziarle, mai dare i contributi per scontato.

      8 ) Esponetevi e delegate il meno possibile. I consumatori vogliono parlare con chi i prodotti li pensa e li fa.

      Se apri un profilo su una piattaforma, lo fai per esserci; se non vuoi dedicarci tempo, piuttosto non farlo: le persone se ne accorgono se dall’altra parte non c’è nessuno o un interlocutore diverso da quello dichiarato. Inoltre se dialogo posso imparare: se uso twitter ne caprò le dinamiche, se uso uno stagista sarà lui a capirle, e io rimarrò a domandarmi che senso abbia scrivere 140 caratteri.

      9) Ammettete i vostri errori. Su Internet è impossibile cancellare le tracce o la memoria di un fatto.

      Un errore negato è un errore ingigantito e un danno enorme per l’immagine. Io vedo gli errori come potenzialità e penso che in molti casi renderli pubblici sia una strategia vincente: la mia azienda ha avuto un problema, lo abbiamo risolto in questo modo, non accadrà più ma nel caso siamo già pronti ad affrontarlo

      10) Seminate piano all’inizio, ma non fermatevi mai e fate qualcosa tutti i giorni.

      Come costruite una relazione? Una relazione affettiva? Non penso servano altri commenti

      In casa mia le presentazioni sono una religione, non sono una semplice accozzaglia di slide. Di PPT ne ho visti moltissimi durante i vari barcamp: alcuni belli ed altri inguardabili. Belle non vuol dire piene di animazioni e con immagini belle, vuol dire leggibili e funzionali. Fosse per me renderei obbligatorio per chi usa ppt o keynote la lettura di Presentazion Zen o di un testo analogo in modo da capire cosa sta facendo e come dovrebbe farlo.

      Prendete ad esempio la mia presentazione fatta al Tesicamp (in fondo a questo post), semplice, chiara, comprensibile. Ovviamente è comprensibile solo se ci sono io a parlare, da sola è muta, non si capisce di cosa parlo: il soggetto della presentazione sono io (il relatore), il ppt è un supporto dietro di me. Per rimanere il soggetto della presentazione è sufficiente tener conto di alcuni accorgimenti.

      Prima di tutto non leggete la vostra presentazione: i vostri ascoltatori sanno leggere;  inoltr e presentatevi, è bello sapere chi si ha davanti.

      Secondo: se le persone volevano leggere prendevano un libro, sono davanti a voi per farsi raccontare qualcosa, la presentazione è una traccia per aiutarli a seguirvi e per capire  di cosa state parlando. Pochi punti,solo il nucleo del discorso: in questo modo il testo si legge con un semplice sguardo e l’attenzione torna su di voi. Io seguo una scaletta precisa: prendo un foglio di carta, penso a chi devo parlare e in quanto tempo; vedo quali sono i punti fondamentali da affrontare.

      Dobbiamo parlare ora di come rappresentiamo la presentazione. L’aspetto delle cose influenza il nostro giudizio, c’è poco da fare, siamo animali che hanno basato la loro evoluzione sulla vista come senso principale. Seguo questo principio anche per le immagini dei post, se notate.

      Il testo dev’essere leggibile. No a sfondi gialli con testo in bianco, scritte rosse su sfondi fucsia, nero su blu. Se non sapete cosa fare, nero su bianco è perfetto, classico e leggibile.

      Un tocco di vita è necessario, altrimenti sembra che abbiamo fatto la presentazione la sera prima, di corsa: una piccola nota di colore che separi il titolo della slide dal contenuto è perfetto. Eleganza e semplicità, o eleganza è semplicità

      Usate delle immagini per esemplificare quello che state dicendo; se dico “cane” io penso a un bovaro del bernese, l’ascoltatore a un carlino: la foto del cane che ho in mente porta tutti sullo stesso piano. Posso usare due dimensioni per le foto: a tutta pagina o in un riquadro. Devo ricordare che le immagini influenzano dove l’ascoltatore guarda: le linee e lo sguardo del visual dovrebbe puntare verso i contenuti. Quando preparo lo schema su carta io faccio anche dei disegni: ho già in mente le immagini da usare, devo solo trovare le foto giuste.

      Layout costante, poche cose disturbano come vedere cambi continui di testo e immagini che salgono e scendono. Il cervello è pigro (ce lo dice la psicologia cognitiva), meno sforzi fa, più sono contento: layout costante = meno stress per l’osservatore.

      Alla fine della presentazione ringraziate per l’ascolto e mettete i vostri contatti. Inoltre se avete usato delle foto in CC da Flikr (sorgente strepitosa di materiale per le mie presentazioni) citatele.

      In semiotica, o meglio in una sua branca, si parla di segno come elemento che riunisce due elementi, sostanza e contenuto. Questi due elementi sono solidali tra loro: non può esserci sostanza senza contenuto e, viceversa, non può esserci contenuto senza  sostanza.

      Tao del Significato

      Tao del Significato

      Questo principio non vale solo per i segni, ma per tutta una serie di altri elementi: pensiamo ad esempio ai prodotti che acquistiamo o ai servizi di cui facciamo uso. Un prodotto di cui si parla bene, che mi viene presentato in maniera straordinaria, ma che si rivela poi essere scadente perde di significato : è semplicemente espressione senza contenuto, una bella confezione vuota al suo interno. D’altro canto un servizio eccellente che non viene diffuso “non esiste”: un contenuto che non viene visto ed utilizzato rimane allo stato potenziale, ma non riuscirà mai a realizzarsi, come se volessi comunicare qualcosa semplicemente pensandolo.

      Un esempio lampante di questa teoria è data dai giornali, il cui declino sembra inarrestabile. Una delle motivazioni che vengono date è che “internet, il male, ha abituato le persone alle notizie gratis ed ai contenuti scaricabili” quindi non comprano più. Un’analisi decisamente ingenua. Le persone non comprano prodotti privi di contenuto, ma beni ai quali attribuiscono valore e per i quali sono disposte a pagare: questo discorso lo stiamo limitando ai giornali, ma potremmo benissimo estenderlo anche ai film ed alla musica.

      Oggi ad esempio è uscito il nuovo giornale “il Fatto Quotidiano“, una tiratura da 138.000 copie andate tutte esaurite nelle prime ore della mattina (e reso quindi disponibile gratuitamente sul sito in formato PDF, operazione intelligentissima dal mio punto di vista), e da domani la tiratura verrà portata a 200.000 copie. Giusto per farsi un idea Corriere e Repubblica sono sulle 500.000 copie, Il giornale e Il sole 24ore sulle 190.00, Libero sulle 120.000 (dati wikipedia).

      Sicuramente alcune copie sono andate vendute per curiosità da primo numero, per vedere un nuovo prodotto, ma 200.000 curiosi sono decisamente troppi. Per quale ragione allora ha questo successo? Per il contenuto, offre delle informazioni alla quale gli utenti attribuiscono enorme valore. Pagare per delle notizie che posso trovare grosso modo simili su Ansa, Corriere.it , Repubblica.it, non ha senso, soprattutto perché sono le stesse notizie che potrebbe darmi un blog o un twit, in molti casi in maniera più approfondita o più veloce.

      Il successo di un prodotto è determinato dall’unione di questi due elementi, il modo in cui viene presentata e il contenuto che offre (che è forse l’elemento più importante all’interno della coppia). Per fare in modo che un utente paghi un contenuto, cartaceo o on line, bisogna fare in modo che a questo venga attribuito un valore. Affermare che la crisi è dovuta al p2p o ai blogger che diffondono contenuti gratis è una semplice scusa per non fornire un servizio adeguato; se questa tesi fosse vera  i giornali gratuiti come city, metro, o lo stesso giornale lasciato in treno per i viaggiatori starebbero uccidendo il giornalismo italiano.

      Nessuno di noi comprerebbe la torta qui sotto, non vedo perché dovremmo fare diversamente per i giornali, i film o la musica.

      Una torta senza sostanza

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